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Cloud object storage: la soluzione scalabile per le imprese

Le aziende gestiscono volumi crescenti di dati: archiviarli e proteggerli è indispensabile per efficienza operativa e sicurezza. Il cloud object storage risponde con scalabilità, durabilità e protezione avanzata.

Le imprese affrontano ogni giorno la sfida di gestire volumi crescenti di dati. Archiviare e proteggere queste informazioni e ormai indispensabile per garantire l’efficienza operativa e la sicurezza aziendale. Il cloud object storage si presenta come una soluzione ideale, perché unisce scalabilità, durabilità e sicurezza in un unico modello di archiviazione.

Secondo IDC, i dati non strutturati archiviati nel mondo cresceranno da 5,5 a 10,5 zettabyte tra il 2024 e 2028, con un tasso annuo del 16%. Le architetture tradizionali a file o a blocchi, tuttavia, mostrano limiti evidenti di scalabilità e flessibilità. Il modello a oggetti supera questi vincoli con un’infrastruttura progettata per crescere senza limiti, sicura e accessibile via API (Application Programming Interface). Le caratteristiche che il servizio deve offrire alle imprese vanno valutate secondo criteri concreti, dalla durabilità del dato agli SLA (Service Level Agreement) contrattuali.

Cos’è il cloud object storage e perché serve alle imprese

È un modello di archiviazione che salva le informazioni come oggetti autodescrittivi. Ogni oggetto unisce dati, metadati e un identificatore univoco, accessibili tramite API da qualsiasi applicazione o sede aziendale.

A differenza dei file system gerarchici, l’archiviazione a oggetti organizza le informazioni in uno spazio piatto e distribuito. Questa architettura elimina i limiti strutturali delle cartelle e consente di scalare da pochi terabyte a diversi petabyte. Inoltre, i metadati estesi rendono ogni oggetto ricercabile e classificabile, un vantaggio decisivo per la governance dei dati non strutturati. Testi, immagini, video, e-mail, log applicativi e dataset per l’intelligenza artificiale trovano così una collocazione unica e coerente. Per le aziende multisede, l’accesso tramite API garantisce la stessa esperienza da qualsiasi sede o ambiente cloud. Di conseguenza, il cloud object storage è diventato la base delle strategie di backup, conservazione a norma e analisi dei dati su scala enterprise.

Object storage (archiviazione a oggetti): modello che conserva i dati in un archivio piatto, senza gerarchie di cartelle. Ogni oggetto include contenuto, metadati estesi e un identificatore univoco per il recupero immediato.

  • Backup e disaster recovery: copie off-site sempre accessibili, integrate con i software di protezione dati.
  • Archiviazione documentale: conservazione a lungo termine di documenti, e-mail e contenuti multimediali.
  • Analisi e intelligenza artificiale: repository unico per i dataset destinati a business intelligence e modelli AI.
  • Sviluppo applicativo: storage nativo per applicazioni cloud che scrivono e leggono via API.

Secondo IDC (Worldwide Global StorageSphere Forecast 2024-2028), i dati non strutturati archiviati nel mondo passeranno da 5,5 zettabyte nel 2024 a 10,5 zettabyte nel 2028, con una crescita annua composta del 16%.

Qual è la differenza tra object storage, file storage e block storage?

L’object storage gestisce oggetti autodescrittivi in uno spazio piatto, mentre file storage e block storage organizzano i dati in gerarchie o blocchi fissi. Il file storage resta adatto alle condivisioni di rete tradizionali. Il block storage, invece, serve database e applicazioni transazionali che richiedono latenze minime. Per volumi elevati di dati non strutturati, tuttavia, il modello a oggetti offre costi inferiori e scalabilità superiore.

Come ottimizzare i costi con la temperatura del dato

La cosidetta “temperatura del dato” è un criterio comunemente utilizzato per classificare le informazioni in base alla frequenza con cui vengono consultate o recuperate. Attraverso questa analogia si distinguono generalmente dati “caldi” e dati “freddi”.

I dati “caldi” sono caratterizzati da accessi frequenti, e dati “freddi” sono conservati principalmente per finalità di archiviazione, audit o conservazione nel tempo. Questa classificazione aiuta le organizzazioni a valutare il profilo di utilizzo dei propri dati e a stimare corettamente i costi complessivi del servizio.

Il dimensionamento del cloud object storage parte dall’analisi dei casi d’uso. Innanzitutto, occorre mappare quali dati vengono consultati ogni giorno e quali servono solo per conservazione o audit. Questa classificazione determina la classe di storage più adatta e, di conseguenza, il costo complessivo del servizio. Un errore frequente consiste nel valutare solo il prezzo per gigabyte, ignorando i costi di egress (traffico in uscita) e le fee sulle richieste API. Molti provider, infatti, addebitano il traffico in uscita: una variabile che rende difficile prevedere il budget annuale. Per un confronto corretto, il TCO (Total Cost of Ownership) deve includere archiviazione, traffico, richieste e recuperi straordinari. Alcuni operatori specializzati propongono invece una classe unica ad alte prestazioni, con tariffa prevedibile anche per i dati ad accesso frequente.

Dati a confronto

Classe di datoFrequenza di accessoCasi d’uso tipiciProfilo di costo
Dati caldiQuotidiana o continuaApplicazioni attive, analytics, backup recentiPiù alto, prestazioni immediate
Dati freddiSporadica o solo auditConservazione a norma, archivi storiciPiù basso, latenze superiori

Vale la pena simulare il TCO su tre anni fin dalla fase di valutazione, includendo egress, richieste API e ripristini: le differenze reali tra provider emergono lì.

Durabilità del dato e certificazioni del data center

Un servizio enterprise deve garantire elevati livelli di durabilità del dato e poggiare su infrastrutture certificate, caratterizzate da adeguati requisiti di affidabilità, resilienza e continuità operativa.

La durabilità misura la capacità del servizio di preservare nel tempo l’integrità e la disponibilità delle informazioni archiviate, riducendo al minimo il rischio di perdita dei dati. Le piattaforme di riferimento la ottengono attraverso meccanismi architetturali progettati per garantire elevati livelli di protezione, integrità e affidabilità del dato nel tempo. Nella valutazione della piattaforma è importante considerare anche le caratteristiche dell’infrastruttura fisica che ospita il servizio. Tra i riferimenti più utilizzati per classificare l’affidabilità dei data center rientra lo standard ANSI/TIA-942 che prevede livelli di classificazione basati su rating. Nel linguaggio di mercato si fa spesso riferimento anche al concetto di tier, utilizzato in altri schemi o come terminologia generale per indicare il livello di resilienza infrastrutturale.

Per scenari enterprise, sopratutto in ambiti come backup, conservazione di lungo periodo e protezione dei dati critici, è opportuno orientarsi verso infrastrutture con livelli di affidabilità almeno assimilabili a Rating 3 o Tier III, o superiori, in funzione dei requisiti di servizio, continuità operativa o tolleranza ai guasti.

ANSI/TIA-942: standard internazionale che valuta l’affidabilità dei data center attraverso livelli di rating. Il Rating 4 identifica infrastrutture fault tolerant, progettate per operare senza interruzioni anche in presenza di guasti gravi o attività di manutenzione. Nel linguaggio di mercato, livelli analoghi vengono spesso descritti anche attraverso il concetto di Tier, pur facendo riferimento a schemi di classificazione differenti.

Cosa significa durabilità del dato a 11 nove?

La durabilità a 11 nove corrisponde al 99,999999999% di probabilità di conservazione annua del dato. In pratica, su un miliardo di oggetti archiviati, in media uno solo rischia di andare perso in un anno. Questo valore è lo standard di riferimento del mercato per la protezione a lungo termine. Per l’azienda si traduce in una garanzia concreta: i dati critici restano integri e accessibili anche su orizzonti pluriennali.

Immutabilità del dato: la difesa contro il ransomware

L’immutabilità impedisce la modifica o la cancellazione dei dati per un periodo di conservazione prestabilito. Una volta scritti e protetti dalla relativa policy di immutabilità, i dati non possono esssere alterati o eliminati fino alla scadenza del periodo configurato.

Gli attacchi ransomware puntano sempre più spesso ai backup, per impedire il ripristino e forzare il pagamento del riscatto. Per questo motivo, la protezione dei dati archiviati non può basarsi solo su permessi e cifratura. Le funzionalità di immutabilità, come Object Lock, bloccano ogni modifica o cancellazione degli oggetti per un periodo configurabile. Inoltre, il versioning consente di ripristinare rapidamente le versioni precedenti in caso di compromissione. Gartner indica lo storage immutabile tra i requisiti imprescindibili delle strategie di backup e data protection per il 2026. L’immutabilità risponde anche a esigenze di conformità: la direttiva NIS2 e il regolamento DORA (Digital Operational Resilience Act) richiedono garanzie verificabili di integrità del dato. Nei settori regolamentati, come finanza e sanità, la conservazione immutabile è ormai parte integrante dei requisiti di audit.

NIS2 (Network and Information Security Directive 2): direttiva europea sulla cybersicurezza, recepita in Italia nel 2024 e ormai pienamente operativa. Impone alle organizzazioni essenziali e importanti misure di gestione del rischio e di protezione dei dati.

  • Object Lock: blocca modifiche ed eliminazioni per la durata di conservazione configurata.
  • Versioning: conserva le versioni precedenti degli oggetti per ripristini puntuali.
  • Retention a norma: soddisfa gli obblighi di conservazione dei settori regolamentati.

Secondo l’ENISA Threat Landscape 2025, il ransomware è coinvolto nell’81,1% degli incidenti di cybercrime rilevati contro organizzazioni dell’Unione europea.

Console, API S3 e integrazione con backup e disaster recovery

Una console web intuitiva e API complete permettono di gestire spazi, permessi e automatismi. La compatibilità con le API S3 (Simple Storage Service), inoltre, garantisce l’integrazione immediata con i principali software di backup.

L’operatività quotidiana di un servizio di cloud object storage passa da due strumenti complementari. La console web consente al team IT di amministrare bucket, permessi e funzionalità senza competenze specialistiche. Le API, invece, abilitano automazione e integrazione con le piattaforme già in uso, dai software di backup agli strumenti di orchestrazione. In fase di selezione conviene verificare che ogni operazione disponibile in console sia replicabile via API. Questa simmetria evita vincoli operativi e semplifica l’integrazione con applicazioni di terze parti. Inoltre, i software di backup e disaster recovery dovrebbero risultare già certificati per la tecnologia scelta, riducendo tempi e rischi di configurazione. Un ecosistema maturo di integrazioni è spesso il miglior indicatore della solidità di una piattaforma.

API S3 (Simple Storage Service): interfaccia di programmazione sviluppata da Amazon Web Services per l’object storage. È lo standard de facto del settore, supportato dalla maggioranza dei software di backup e archiviazione.

Perché la compatibilità S3 è lo standard de facto?

La compatibilità S3 permette di collegare applicazioni, software di backup e strumenti di analisi senza sviluppi dedicati. L’ecosistema S3 conta migliaia di integrazioni già certificate dai vendor. Di conseguenza, migrare verso un provider compatibile S3 non richiede modifiche alle applicazioni esistenti. Questo riduce i costi di adozione e protegge l’organizzazione dal lock-in tecnologico.

Governance del dato: IAM, bucket, repliche geografiche e SLA

La governance enterprise richiede strumenti per gestire in modo granulare accessi, bucket, policy di sicurezza, localizzazione del dato, funzionalità di protezione e SLA contrattuali misurabili.

La sicurezza di un servizio di cloud object storage dipende anche da come vengono gestiti gli accessi, la segregazione logica dei dati e i requisiti di localizzazione. Le API IAM consentono di definire permessi puntuali su singoli oggetti o gruppi di dati, per ruoli e applicazioni. La suddivisione in bucket permette di separare progetti, dipartimenti o clienti con politiche dedicate. Dove previste dalla piattaforma, funzionalità aggiuntive di replica, copia protetta o collocazione su region specifiche possono essere configurate in base ai requisiti di resilienza, sovranità del dato, compliance e continuità operativa. Infine, il contratto deve prevedere SLA misurabili: uptime minimo del 99,9%, penali chiare e supporto tecnico continuativo. Per le organizzazioni italiane, il supporto in lingua e la localizzazione del dato sul territorio nazionale sono requisiti sempre più frequenti nei capitolati.

Bucket: sottospazio logico in cui si suddivide lo spazio di archiviazione a oggetti. Ogni bucket può avere permessi, policy di sicurezza e opzioni di localizzazione o protezione dedicate.

  • Permessi granulari: policy IAM su bucket, oggetti e gruppi di utenti.
  • Bucket dedicati: separazione logica per progetti, sedi o dipartimenti.
  • Funzionalità di protezione: opzione di immutabilità, versioning, copia protetta o replica, quando previste dalla piattaformae configurate dal cliente.
  • SLA e supporto: uptime garantito, assistenza H24 e canali in lingua italiana.

La soluzione Retelit per il cloud object storage

Retelit offre il servizio di cloud object storage in partnership con Wasabi Technologies, mettendo a disposizione delle aziende una piattaforma compatibile con le API S3, scalabile e adatta a scenari di backup, archiviazione, conservazione di lungo periodo e sviluppo applicativo.

I clienti possono accedere alle region disponibili sulla piattaforma Wasabi in base alle proprie esigenze di localizzazione, compliance e architettura. Nell’ambito della partnership con Retelit, Wasabi ha inoltre attivato la propria region italiana presso Avalon 3, il data center Retelit di Milano certificato ANSI/TIA-942 Rating 4. Per i clienti che scelgono la region italiana, i dati vengono quindi ospitati all’interno dell’Avalon Campus di Retelit, con il vantaggio di una localizzazione nazionale e di un’infrastruttura progettata per elevati livelli di affidabilità e continuità operativa.

La soluzione adotta una classe di storage ad alte prestazioni e supporta funzionalità fondamentali per l’utilizzo enterprise: compatibilità S3, gestione degli accessi, bucket dedicati, immutabilità tramite Object Lock, versioning e integrazione con i principali software di backup e disaster recovery. Per gli scenari che richiedono livelli ancora più elevati di protezione dei dati, la piattaforma Wasabi mette inoltre a disposizione funzionalità avanzate di cyber resilience come Covert Copy, che consente di creare copie protette dei dati destinate al recupero in caso di attacchi ransomware, cancellazioni indesiderate o compromissione degli ambienti operativi. Grazie a specifici meccanismi di isolamento e protezione degli accessi, Covert Copy aggiunge un ulteriore livello di sicurezza alle strategie di data protection, affiancandosi a funzionalità quali immutabilità, versioning e controllo granulare degli accessi.

La localizzazione del dato in Italia, quando viene scelta la region italiana, risponde alle esigenze di data residency, sovranità digitale e controllo del rischio di imprese, Pubblica Amministrazione e organizzazioni soggette a requisiti regolamentari. La soluzione si integra inoltre con l’ecosistema applicativo esistente grazie alla compatibilità con le API S3, riducendo la complessità di adozione e facilitando l’integrazione con ambienti cloud, on-premises e ibridi.

Approfondisci la soluzione Retelit per l’archiviazione dei dati aziendali oppure attiva una prova gratuita dalla pagina Retelit Object Storage.

Domande frequenti sull’archiviazione a oggetti per le imprese

Cosa si intende per cloud object storage?

È un modello di archiviazione cloud che salva i dati come oggetti, ognuno composto da contenuto, metadati e identificatore univoco. L’accesso avviene tramite API, con scalabilità praticamente illimitata. È la scelta di riferimento per gestire grandi volumi di dati non strutturati.

Qual è la differenza rispetto al cloud storage tradizionale?

Il cloud storage tradizionale replica la logica dei file system, con cartelle e gerarchie che limitano la scalabilità. L’archiviazione a oggetti usa invece uno spazio piatto e metadati estesi. Questo consente volumi superiori, ricerche più efficienti e costi per gigabyte generalmente inferiori.

Come protegge i dati dal ransomware?

Le funzionalità di immutabilità, come Object Lock, impediscono modifiche e cancellazioni dei dati per un periodo di conservazione configurabile. Anche in caso di compromissione delle credenziali, le copie protette non possono essere cifrate, sovrascritte o eliminate prima della scadenza della retention. Insieme al versioning e ad eventuali funzionalità avanzate di copia protetta, queste caratteristiche contribuiscono a rendere più affidabile il ripristino dopo un incidente.

Il cloud object storage è conforme a GDPR e NIS2?

La conformità dipende dal provider, dalla localizzazione dei dati e dalle funzionalità effettivamente configurate. Un servizio erogato da data center con adeguati livelli di certificazione, localizzazione del dato in Italia quando richiesta, immutabilità e permessi granulari può supportare i requisiti del GDPR e gli obblighi NIS2. La verifica della conformità resta comunque a carico dell’organizzazione, anche in funzione dei propri processi, dei dati trattati e dei requisiti di settore.

In collaborazione con Enrico La Vela, Product Marketing Retelit

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