La sovranità digitale non è più soltanto un tema di protezione dei dati e di riduzione delle dipendenze: sta diventando una condizione per la competitività dell’Europa. È il filo conduttore emerso dal convegno “Cloud & Sovereignty: l’ecosistema digitale europeo tra ambizioni e realtà”, organizzato il 16 ottobre dall’Osservatorio Cloud Ecosystem & Sovereignty degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano. L’obiettivo non è l’autarchia tecnologica, ma un’autonomia strategica che resti aperta all’ecosistema globale: una scalata che, come in una cordata, nessun attore può affrontare da solo, e in cui il cloud sovrano diventa un tassello sempre più centrale.
Cosa dicono i numeri
Nel 2026 la spesa Cloud delle organizzazioni italiane raggiunge 9,48 miliardi di euro, in crescita del 17%, trainata da intelligenza artificiale e sicurezza. Proprio la maturità raggiunta ha però generato dipendenze importanti: i grandi provider statunitensi assorbono il 78% della spesa in servizi IaaS e PaaS del campione analizzato, quota che sale all’86% tra le organizzazioni più avanzate.
La consapevolezza resta parziale, perché il 70% delle organizzazioni riconduce ancora la sovranità quasi esclusivamente alla residenza del dato. Intanto la partita globale si gioca sull’AI, che concentra quasi la metà del valore delle operazioni di M&A dei principali provider digitali, per oltre 105 miliardi di dollari.
Nessun cloud sovrano senza infrastruttura sovrana
Partner della ricerca dell’Osservatorio, Retelit ha preso parte con Paolo Zani, Head of Innovation Hub, alla tavola rotonda “Le infrastrutture italiane per il mercato Cloud italiano”, dedicata al ruolo di connettività, edge e infrastrutture distribuite nel garantire sovranità, sicurezza e resilienza.
Per Retelit non esiste un cloud sovrano senza un’infrastruttura sovrana. Il dibattito si concentra spesso su dove risiede fisicamente il dato, ha osservato Zani, ma per generare valore il dato si muove di continuo: custodirlo in un ambiente protetto serve a poco se poi, per raggiungere le applicazioni, transita sull’internet pubblico.
Per questo Retelit punta sul controllo diretto, end-to-end, dell’infrastruttura fisica, attraverso tre elementi. Il primo è la rete: un backbone di nuova generazione con cifratura quantum-safe a livello ottico, che si estende per 47.000 km di fibra, con 25 reti metropolitane in oltre 64 città. Il secondo sono i data center, agganciati fisicamente e logicamente al backbone, all’interno dei quali Retelit opera le proprie infrastrutture cloud per le applicazioni e i dati più critici di aziende e PA. Il terzo sono le interconnessioni private e dirette con i grandi cloud provider, che proteggono il dato anche nel transito verso il cloud pubblico, senza passare da Internet.
Insieme, questi elementi formano quello che Retelit definisce un Secure Backend privato: parte dalle sedi dei clienti, attraversa i data center e arriva fino al cloud pubblico. Un ecosistema gestito da persone e operations in Italia e soggetto alla normativa italiana ed europea, che porta la sovranità sull’intera infrastruttura digitale del cliente, non solo sul luogo in cui il dato è conservato.
In questa prospettiva, sovranità digitale non significa isolarsi o rinunciare al Public Cloud. Significa costruire le condizioni per continuare a scegliere, evitando che l’innovazione di oggi diventi la dipendenza di domani. Una sfida che chiede all’ecosistema europeo di muoversi davvero in cordata.